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domenica 9 marzo 2008

Materie prime - Le tinture vegetali

Nonostante la diffusione dei colori sintetici, anche oggi le più prestigiose manifatture d'oriente e quelle domestiche si avvalgono dell'uso di tinte naturali, estratte e preparate secondo modalità ormai molto antiche, nei casi di certi villaggi inoltre l'uso di questi coloranti risulta anche più conveniente rispetto all'alto costo di quelli chimici. Nella famiglia dei colori "naturali" i più famosi sono sicuramente quelli vegetali, essi si ricavano dalle foglie, dalle radici e dai frutti di varie piante che ancor oggi vengono coltivate in alcune piantagioni, in Turchia chiamate "oyalik", e site nei pressi delle zone in cui la tessitura dei tappeti è più intensa.
Dalla Turchia alla Persia la stessa radice della "robbia" viene scortecciata e ridotta in polvere per procurare la tinta rossa. La pienezza del colore è ottenuta lasciando la tinta per un'intera giornata nell'acqua corrente e poi asciugandola. Per avere sfumature rosa-rosse si può mescolare del siero alla robbia e lasciar fermentare al sole; per ottenere l'arancio si possono aggiungere cristalli di acido citrico. Un rosa particolare si ottiene direttamente dal legno del brazilwood. Il viola di origine vegetale si ricava dall'hennè, lo stesso con cui le donne africane si tingono il palmo delle mani e le unghie. Altri coloranti vegetali sono lo le foglie dello zafferano e la scorza della melagrana e dell'isparak, altra pianta da lattice, la curcuma o la bacca del susino selvatico che producono tinte di varie tonalità di giallo. Anche da un legno speciale cinese ed indocinese si ricavano estratti per colore vegetale, mentre dalle foglie macerate dagli indicoferi si produce del colore nero e del blu. Il verde si ottiene vegetalmente usando colori blu e gialli variamente dosati tra loro, mentre i grigi e i marroni provengono dalla scorza della quercia, dalla noce di galla e dai malli di noce.

3 commenti:

antonio ha detto...

Per dare un contributo all’interessante scritto, volevo segnalare uno dei colori più utilizzati in tutte le manifatture: il Blu. Ottenuto dalla “Indigofera tinctoria”, un piccolo arbusto, mediante grossolana frantumazione e macerazione in ambiente fortemente alcalino. Alla fine di un lungo e complesso processo chimico, dopo essiccazione, si formano dei blocchi d’indaco che saranno stipati in appositi contenitori di legno. Al bisogno, i cristalli diluiti e mescolati ad altri colori origineranno le diverse sfumature di blu ed azzurro. Attenzione, a vista, l’indaco sintetico è assolutamente indistinguibile da quello naturale, cosa che non pregiudica la piacevolezza del colore e la qualità del tappeto.

antonio ha detto...

Rileggendo, mi è venuto in mente di fare un accenno alle “abrash” o “variazione di colore”. Questa variazione della sfumatura o del colore vero e proprio, è spesso dovuta ad una decisione dell’annodatore che, in corso d’opera, non ritiene più soddisfacente, o ha finito la matassa, un determinato colore. In molti casi invece, può essere causata dall’utilizzo di un’insufficiente mordenzatura, procedimento che consente l’assorbimento e il fissaggio delle tinte alle lane, o della non perfetta ripreparazione della tinta per i filati necessari a terminare un annodato. Infatti, “pesare” in modo esatto una base di tinta vegetale è molto più arduo che utilizzare una tinta a base sintetica già preparata. Comunque, l’abrash, che qualcuno la considera un difetto, per me è una delle tante caratteristiche che un tappeto, di produzione nomadica o rurale, può avere. Per un prodotto di manifattura, può anche essere ritenuto un difetto. Saluti a tutti.

Alberto D. ha detto...

Grazie Antonio, è mia intenzione postare un articolo interamente dedicato alla dinamica dell'abrash. Mi permetterò di integrarlo con questa tua testimonianza.