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sabato 27 marzo 2010

Il lungo inverno 2010 del tappeto

Febbraio e marzo, due mesi da dimenticare, per il freddo, la crisi e anche l'influenza. Oggi è sabato e gente in giro e per i negozi ce n'è, ma la crisi c'è, è inutile negarlo, si sente eccome. I primi mesi di questo 2010 sono stati molto lenti per quanto riguarda il rug-business, soprattutto qui a Torino, dove hanno anche chiuso alcune realtà importanti. Meno vendite e tanta manutenzione anche di quegli annodati commerciali sfiniti che sarebbero invece ormai da sostituire. Ormai è chiaro che la gente non si sente sicura e preferisce aspettare e rimandare gli acquisti considerati meno primari. E' un peccato, perchè tutto ciò che rappresentava una conquista della civiltà sta diventando ormai un lusso al quale molte famiglie sono costrette a rinunciare, anche una casa confortevole e ben arredata. Poichè sono una persona positiva, sono sicuro che questa primavera le cose miglioreranno per il settore e per il mercato in generale, ma nell'attesa di questo cambiamento, poichè non si vive del solo esercizio accademico della materia e bisogna invece confrontarsi con le realtà economiche del mercato e i bisogni veri delle persone, sono costretto per fronteggiare la crisi, a concentrare momentaneamente tempo e risorse solo più sui progetti meramente commerciali, tralasciando tutti gli ambiziosi progetti culturali che avevo iniziato e/o che avrei voluto intrapprendere o proseguire. Voglio preannunciare a tutti i lettori, soprattutto a quei tanti privati che desiderano vendere il proprio tappeto usato, che sto realizzando proprio per loro alcuni importanti progetti tra i quali un servizio esclusivo ed innovativo mai realizzato finora su internet, si tratta solo di aspettare ancora  poche settimane, giusto il tempo di definire alcuni dettagli e la parte grafica dei nuovi siti/portali in via di realizzazione; poi finalmente svelerò il mistero.
Fatta questa premessa, desidero significare qualche concetto:
Ho sempre anteposto al profitto, valori come il dovere e la passione.
Dovere: il sentirsi in dovere di fare qualcosa per riequilibrare e rendere più onesto e trasparente un mercato che di fatto aveva allontanato nelle sue manifestazioni più becere il cliente dal tappeto.
Dovere: il dovere di salvare un'arte ed un artigianato antichissimi di migliaia di anni e che negli ultimi 20, la globalizzazione sta definitivamente ammazzando.
Passione: la passione per un'arte ed un artigianato, ma anche di un mestiere originalissimo che mi è stato insegnato e tramandato di generazione in generazione e del quale non voglio essere il punto di arrivo.
Se credete nell'utilità culturale e commerciale di quello che ho fin'ora fatto, se credete nella genuinità e nell'onestà intellettuale dei miei progetti, sostenete questo blog e gli altri miei siti. In momenti di crisi come questa, leggere e vedere un seguito non silenzioso di sostenitori è la migliore motivazione per proseguire la mia "mission".

Come aiutare e sostenere il blog Tappetorientale e gli altri progetti paralleli:

E' possibile sostenere i progetti culturali e commerciali di De Reviziis Alberto attraverso vari metodi:
  1. Segnalazione link presso altri siti o nelle proprie pagine web
  2. Inserimento del banner di Tappetorientale e degli altri progetti nelle proprie pagine web o nei propri siti
  3. Iscrizione al Google Friend Connect per sostenere i blog (solo se si ha un account google)
  4. Partecipazione attiva ai blog attraverso la funzione commenti
  5. Utilizzo della funzione "share this" (iconcina verde presente al fondo di ogni post) per condividere e diffondere gli articoli
  6. Consigli pratici per migliorare il blog e i servizi

7 commenti:

tealaiowilton ha detto...

Ciao, il mio nick è involontariamente storpiato, spero che l'inverno economico senza fine termini presto, che lo yastik non sia sostituito dallo zerbino borris.
Il marketing dava una mano ai commercianti, i libri dei prof. sono superati, oggi ci vuole tanta fantasia e resistenza psicologica agli eventi.
Per quanto riguarda il tappeto di qualità , più o meno importante dal punto di vista materiale,si può dire che a parità di dimensione costa sempre meno di certe opere d'arte contemporanea firmate e appaga la mente ugualmente. Per di più può ,in molte situazioni, essere utile come un mobile,quindi non è un genere tanto superfluo.
Sarà sempre più facile vendere un bancale da 79 euro di borris per pulirsi le scarpe, che un solo kayseri da 68 da tenere con cura ?

antonio ha detto...

E' vero, la crisi c'è in ogni settore. Tuttavia è indubbio che questa "crisi" è stata per qualcuno il pretesto, come per l'entrata dell'Euro, di sistemarsi un pò gli affari. Alcune ditte hanno preso a pretesto la crisi per chiudere baracca e trasferirsi dove la manodopera costa meno, aumentando così i ricavi. Altri hanno eseguito, per colpa della crisi, un taglio occupazionale nonostante gli ordini ed il fatturato sia eguale o magari cresciuto. Per fare ciò, hanno chiesto, minacciando nuovi tagli, un maggior impegno lavorativo, spesso con ore straordinarie sottopagate o in nero, alla mnodopera restante. Nel campo del tappeto, qualcuno ha presentato proposte con sconti o buoni sconto eclatanti. Sicuramente, la signora Maria di turno, poco avvezza al tappeto, ma introdotta in tutto quanto abbia l'imprimatur di "sconto", certo non andrà a sfrucugliare per negozi a cercare l'annodato di suo gradimento. Se ne starà comoda in casa, davanti al televisore, e con il sorriso sulle labbra, gustandosi la favolosa offerta, prenoterà il tappeto dei sui sogni. E chi se ne frega se poi quel tappeto costerà più che in un negozio, lei non lo saprà mai, ergo, ha fatto un affare.
Visto che di "signore Maria" ce ne sono tante, certi fatturati crescono, quasi a monopolizzare un settore: altro che crisi!

freddy ha detto...

Credo che quanto asserito fin d'ora sia conforme a quanto effettivamente avviene. Purtroppo, secondo il mio modestissimo punto di vista, come avevo immaginato ed avevo detto in altri blog, la forbice si e' allargata ed il tappeto sta ritornando agli anni 50/60 dove era considerato un genere di lusso, costava tanto ed era destinato ad un pubblico ,quasi, di nicchia. Ormai i tappeti " per tutti", secondo me, non avranno piu' mercato ed ecco uno, fra tanti, dei motivi di queste svendite paurose: Oso dire, anche a scapito di pareri contrari , che rimarranno pochi e selezionati negozi che potranno soddisfare le future richieste, terminata la crisi, indirizzate al tappeto fine e quello storico.

francesca ha detto...

Da neofita dei tappeti, ma amante di tutto ciò che è bello, e da osservatrice di quanto succede intorno a noi, voglio sottolineare che la nostra società, intesa come la maggioranza dei suoi soggetti,non ha più la capacità di riconoscere il valore di un manufatto artistico e non. Chi può leggervi l'impegno, la preparazione, la dedizione e la passione necessarie alla sua preparazione? Ad un gradino più alto, chi è in grado di interpretare quell'oggetto sotto la luce di un percorso storico e culturale? Per chi non sa un tappeto meccanico è più bello di uno annodato a mano. Per chi non sa la cucina costruita a mano dal falegname è meno bella di quella fatta in serie. E via discorrendo.Io penso che solo la conoscenza e l'esperienza delle cose aprano la mente ad amare le stesse: i nostri giovani non hanno motivi per voler fare gli ebanisti o i panettieri. Questa situazione è aggravata poi dal rifiuto che ha il consumatore d'oggi verso oggetti "classici", proprio perchè non alla moda e dunque semplicemente "vecchi". Ad ogni cambio di secolo e di stile il vecchio veniva soppiantato dal nuovo, o dal moderno, ma la forma di questo era portatrice di un significato, di un valore nuovo. Da quando l'avanguardia in occidente si è svuotata di contenuti, siamo solo preda delle mode, delle tendenze e pochi hanno il coraggio di parlare di valori. Bisogna tornare a rispettare e amare il nostro passato, a conservarlo e tramandarlo ai nostri figli. Cosa è e cosa farà un figlio senza la sua eredità, senza conoscere la sua paternità?Dunque io la vedo molto male, già i miei figli non capiscono perchè perdo tanto tempo per esempio a leggere sui tappeti antichi, o spendo per comprarne qualcuno quando posso. Ma la speranza è ultima a morire. Francesca

Alberto De Reviziis. ha detto...

Concordo, signora Francesca, purtroppo il giovane di oggi è globalizzato nei gusti e negli atteggiamenti, tanto in Italia e in America quanto in Turchia o nell'Azerbaijan, o in Cina. La corsa verso un desolante mondo dell'usa e getta è dettata dalle loro scelte, che sono e saranno gli uomini di domani, chissà se un giorno ci sarà lo spazio per un ripensamento. Io me lo auguro.

francesca ha detto...

Gentile Alberto, ascriverei una colpa grave anche ai produttori, che immettono nel mercato oggetti senza "valore", diventando artefici del gusto del consumatore, che non più in grado di scegliere, consuma quello che trova. Un prodotto senza "valore" costa meno anche a chi lo produce, ma non sempre è venduto a poco, è dunque un guadagno facile. Anche nei tempi passati il produttore era in parte responsabile delle novità, pensiamo alle Arts and Crafts inglesi di fine Ottocento; e indietro, anche Maggiolini fece scuola e lanciò una moda e uno stile. Ma i loro prodotti arricchivano il gusto del fruitore, non lo appiattivano. Anche perchè il bello arricchisce, il brutto impoverisce. Ma continuerò a mostrare le cose belle ai miei figli. Grazie, Francesca

Alberto De Reviziis. ha detto...

Buonasera signora Francesca
naturalmente le colpe sono anche del produttore, e in misura ancora più grave e responsabile a agli archietti di interni. Ma è un problema di tutte le cose del resto, non è solo nel campo dei tappeti che chi produce non chieda alla gente cosa voglia realmente ma piuttosto imponga cosa essa debba volere e acquistare. Eppure a differenza di auto, cellulari e vestiti, di tappeti vecchi o tradizionali ve ne sono ancora a bizzeffe. In questo caso è il consumatore quindi che decide irresponsabilmente di acquistare qualcosa il cui valore (in termini di commerciabilità) dell'usato si volatilizza immediatamente, determinando così oltretutto la fine di una produzione più tradizionale ed onesta a favore invece di una standarizzata e commerciale.