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mercoledì 20 febbraio 2008

Il tappeto nella cultura nomade

Come tutt'ora testimoniano le tradizioni di alcuni gruppi itineranti dell'Asia, presso le popolazioni non stanziali, il tappeto è da sempre un indispensabile oggetto d'uso, nonchè l'espressione più alta e complessa della cultura e dell'arte. Fin dai tempi più remoti, i nomadi utilizzavano manufatti annodati per costruire la tenda e per fabbricare quasi tutti gli oggetti necessari alla vita quotidiana: sacche in cui riporre alimenti e utensili, stuoie, selle e altro ancora. Bene fondamentale e polifunzionale, il tappeto diventò il depositario di valori complessi. Sul suo vello i nomadi rappresentavano i simboli dei clan di appartenenza e i momenti significativi della propria storia, ma non solo: davano anche espressione alla loro creatività, volta a celebrare con colorati e molteplici decori l'esaltazione di una natura rigogliosa e variopinta, tanto più agognata e idealizzata presso genti destinate a vivere in terre aride e desertiche.
Gli studiosi sono concordi nell'affermare che i primi tappeti come ogni tessitura, avessero peli lunghi ed irregolari: solo quando il vello si accorcia compaiono le tinture e il disegno, primi motivi di ornamento non necessario e puramente estetico collegati ad un oggetto di uso quotidiano.
Si discute se i disegni di questi tappeti siano nati per soddisfare il desiderio di qualche principe nomade che voleva portare con sè i pavimenti di mosaico visti nelle dimore di pietra delle popolazioni stabili, oppure se i pavimenti decorati sono invece nati per imitazione ai tappeti dei pastori. La soluzione è secondaria, quello che conta è la certezza che il tappeto è nato dallo sforzo di migliorare le condizioni di vita e dal bisogno di circondarsi di bellezza e di colore. Cos'altro è la civilità se non questa fatica di innalzare la propria condizione umana?



2 commenti:

antonio ha detto...

Perdonami Alberto se voglio, come ogni tanto capita, aggiungere qualcosa al tuo articolo. Volevo ricordare come spesso è capitato di trovare su manufatti “cittadini”, disegni e colorazioni tipiche di gruppi tribali, e viceversa. Questo capitava, e probabilmente capita, perché mediante il baratto o la vendita, realtà diverse, spesso distanti, finivano per incontrarsi. Capitava che in un prodotto Kashkai, ad esempio, si trovavano disegni dell’iconografia Kirman, o che in un Saruq era annodato un medaglione dall’aspetto molto simile a quello degli Afshari; nel Caucaso poi le mescolanze erano molto frequenti. In pratica succedeva che un individuo acquistava un tappeto e, gradendone il disegno, lo utilizzava a modello: quasi fosse un vaghireh. Ecco perché è importante conoscere la tecnica di realizzazione di un prodotto; soprattutto la tipicità dei colori, dei formati, dell’annodatura, oltre che dei decori.
Quanto al tuo accenno ai primi annodati monocromatici a pelo lungo, ideati subito dopo i “feltri” che furono con ogni probabilità i primi manufatti stesi a terra, credo possa essere un dato certo in quanto furono realizzati ad “imitazione” del vello dell’animale con cui più avevano contatto: la pecora.
Un caro saluto.

Alberto D. ha detto...

Piuttosto che perdonarti ti ringrazio per gli spunti di riflessione che spesso mi proponi.
Inoltre i commenti sono linfa per questo sito e per il sottoscritto.
Una cosa che farò in futuro, sarà proprio quella di dare spazio alle informazioni e agli spunti scaturiti dai commenti.